Concorso letterario "Io e il Montani" - 3° premio ex aequo per Franco Emidi

ITI Montani, FermoTra le numerose iniziative messe in cantiere per le celebrazioni del 150° anniversario della Fondazione del Montani, il concorso letterario "Io e il Montani" voleva essere un modo diverso di raccontarne "la storia" attraverso "le storie" delle persone che a vario titolo hanno avuto a che fare con l'Istituto.

Franco Emidi 'studente modello' del Montani negli anni 1958 - 1963 ha partecipato al concorso letterario con Libera Uscita, classificadosi al 3° posto ex aequo nella classifica stilata dalla Commissione giudicatrice. Il racconto che riportiamo di seguito è pubblicato sul numero speciale «Il Montani».

Libera uscita


La libera uscita non era prevista. Solo quelli del quinto anno potevano uscire, la domenica pomeriggio, dopo le quindici. Tutti gli altri studenti venivano accompagnati il sabato pomeriggio, incolonnati in fila per due, al cinema estemo. Quella era l'unica occasione per 'vivere' la città. La domenica, sempre nel pomeriggio, veniva proiettato un film nel piccolo cinema intemo. Il sabato sera ci permettevano di guardare, nella stessa sala, la televisione - allora in bianco e nero - e lo spettacolo più gradito era quello con le gemelle Kessler: si potevano ammirare due paia di belle gambe e fantasticarci su.

La vita in Convitto era ben dura, per certi aspetti alienante. E' pur vero che si poteva studiare molto seriamente, ma si finiva per diventare degli automi: ci si alzava perché suonava quella stramaledetta campanella della sveglia, alle sei e trenta di tutti i santissimi giorni, eccetto la domenica, quando ci concedevano di dormire mezz'ora in più. Una volta sabotammo il sistema, rivestendo di ovatta il percussore di varie campanelle dislocate nelle diverse camerate; la mattina successiva buona parte dei trecentocinquanta ragazzi del Convitto non si svegliò alle sei e trenta. Successe un finimondo. Il Censore, inviperito, con la faccia pallidissima per la collera, si precipitò nella nostra camerata in cerca dei colpevoli. Chissà come aveva fatto a scoprire che l'iniziativa era partita da noi, dello studio ventidue. Fummo puniti tutti con la privazione dell'unico svago possibile: senza cinema estemo del sabato, per tre mesi.
Mi sono sempre rammaricato di non essermi autodenunciato; così, con i miei 'complici', avremmo potuto evitare la punizione a tanti altri ragazzi che erano all'oscuro dello scherzo.

Le docce erano a cadenza quindicinale. Forse si voleva contenere il consumo di acqua ed energia di riscaldamento perché, non appena eravamo entrati ciascuno nel proprio box, qualcuno comandava: "Insaponarsi!" E, dopo brevissimo tempo: "Sciacquarsi!" E quasi contemporaneamente veniva sospesa l'erogazione dell'acqua, calda e fredda, cosicché, sistematicamente, si rimaneva lì, mezzo insaponati e infreddoliti a gridare ogni volta: "Acqua! Acqua!" - Ma non sempre la ripristinavano.

Trecentocinquanta studenti tra i quattordici e i diciannove anni tenuti alle strette... Era una condizione aberrante. Non una sola volta mi era capitato, salendo in camerata a prendere dei libri dal mio armadietto, di imbattermi in qualche altro ragazzo che - seminascosto tra i letti strettamente allineati - stava armeggiando con le mani tra i pantaloni; scena che mi feriva e cercavo di rifuggire perché personalmente ne avevo riportato una grandissima e amara frustrazione.

E mensilmente il Rettore inviava a casa la cosiddetta pagellina, rosa se il giudizio complessivo articolato in tredici punti era ottimo, bianca se buono, grigia se insufficiente. Le voci che più ricorrevano nella mia erano: 'Studia con diligenza', 'Mangia con appetito'. Punti particolari riguardavano il rispetto verso.. i superiori, la proprietà di linguaggio e il contegno abituale.

La scuola era a pochissimi passi dal Convitto; così, appena messo il naso fuori dal portone inferiore - il più vicino alla scuola - entravamo in Istituto, senza possibilità di deviazioni o distrazioni. Ed eravamo impegnati tutto il giorno: le lezioni iniziavano alle 8,30 e terminavano alle 13,30; nel pomeriggio, dalle 15 alle 19, si frequentavano i vari laboratori. L'unico svago, frettoloso, era quello di canzonare il rivenditore titolare di una piccola cartoleria di fronte alla scuola, che chiamavamo per nome facendo la voce sottile e provocatoria: "Quirino, Quirino!" E quegli immancabilmente si arrabbiava, correva verso l'ingresso, ma noi avevamo varcato la soglia e già percorrevamo il corridoio del 'Montani'.

Dirimpetto alla nostra sala di studio abitava una famiglia: la madre, bidella in una scuola, tre figlie, bruttine, slavate. Eppure, ogni volta che accennavano ad aprire un'imposta o una finestra, o ad accendere la luce, di sera, subito cento occhi si puntavano contro quella parete in cerca di chissà quali visioni. Le ragazze dunque erano per noi un mito, soltanto entità desiderabili, ma terribilmente astratte.

Intermezzo alle pesanti giornate di lezioni o di studio era l'intervallo di un'ora, dopo il pranzo, che trascorrevamo assiepati nel cortile intemo del Convitto da dove si vedeva solo un rettangolo di cielo; lo spazio disponibile era ristretto e si era stabilito che potevano giocare a pallone, a turno, non più di sei per squadra. In un anno, capitava che potevi giocare ben poche volte. Sono stato sempre negato per il calcio. Quando si estraeva a sorte la formazione delle squadre, quelli a cui capitavo io 'si mettevano le mani nei capelli'... Per cui mi rivendevo regolarmente il mio turno scambiandolo con tavolette di surrogato di cioccolato, frutta, scatolette di tonno, per cercare di accompagnare con qualche cosa il nudo panino che ci veniva distribuito per merenda.

Una volta volli per forza giocare: mi slogai una caviglia, ruppi la vetrata e il cristallo del tavolo nello studio del Rettore e, oltre al rimprovero solenne, buscai altri tre mesi senza il cinema del sabato!

Mi sentivo veramente come un carcerato. Il giorno in cui nello studio ventidue organizzammo una fuga per gustare qualche ora dei primi tepori del mare saltando una parte delle lezioni, finì ugualmente male. Per rientrare in collegio nell'orario solito, dopo il suono dell'ultima campanella, i miei amici ritenevano che convenisse transitare, facendo gli indifferenti, direttamente dall'ingresso principale del Convitto, tanto da passare inosservati. Dopo accese discussioni fu deciso di fare così. Anzi, "Vai tu avanti per primo - dissero, - così nessuno sospetterà niente."... Si, perché io ero lo studente modello che si distingueva non tanto per la condotta quanto, in particolare, per il costante buon profitto.
Rigorosamente incolonnati raggiungemmo la grande vetrata esterna all'atrio. Ero titubante. "Vai, forza, non aver paura!" Ma mandavano avanti me! Presa la decisione, noi del gruppo di testa aprimmo con noncuranza la prima porta a vetri; nessuno. "Bene, proseguiamo." Eravamo tutti tra la porta esterna e l'altra grande vetrata interna quando, dietro il vetro smerigliato, si profilò un'inconfondibile ombra... Non appena aprii la seconda porta, mi trovai davanti il Rettore in persona, con le braccia incrociate e il piglio severo: "Bene, anche tu, bravo!"
Rimasi impietrito. I miei amici erano ammutoliti di colpo. Guadagnammo un bel mese della solita punizione: senza cinema esterno.

In quel clima oppressivo, vivere un'ora di libertà era dunque qualcosa di estremamente allettante, come cercare di gustare una cosa proibita, da sempre desiderata. Ci attraeva la città che ci ospitava, che contava allora circa 25.000 abitanti ed era frequentata da una popolazione scolastica di 5000 studenti! Ma fino al quinto anno, oltre al cinema esterno del sabato, si usciva solo se venivano parenti in visita; il che succedeva raramente. Così, ricordo bene l'unico pomeriggio a disposizione che avemmo in occasione di una festa e che io non seppi vivere: non ero abituato alla libertà!

Trascorsi quelle poche ore in mezzo alla confusione della grande sagra che era stata allestita per la circostanza. Mi sentivo solo e terribilmente triste; l'atmosfera viva e colorita in cui mi trovavo immerso mi era del tutto estranea, tanto che, in mezzo ad una calca così fitta di gente, non riuscii a scambiare una parola con nessuno.

  Franco Emidi

Franco Emidi


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