IL SENTIERO DEI MIETITORI di Franco Emidi

E’ una limpida mattina di autunno del 2002. Cielo terso. Prime avvisaglie di freddo, con un vento gelido che spazza le nuvole.

Ci incamminiamo dal passo del Galluccio (m. 1197) verso il Colle Pisciano (m. 1310). Sulla nostra destra il verde ininterrotto dei boschi che circondano Balzo di Montegallo e la Valle Orsara.
Di fronte a noi un bel prato segnato dalla presenza dei pini isolati che determinano, con il loro colore scuro, un forte contrasto.

Giunti ben presto sulla Sella (m. 1270), siamo in vista della Chiesa di S. Maria in Pantana, laggiù, sopra le poche case di Colle e Casale Nuovo.

Certamente uno degli antichi percorsi risaliva da Vallegrascia e conduceva appunto prima a S. Maria in Pantano, poi, sulla Sella, alla chiesina di S. Michele di cui restano solo pochi ruderi.

Questo consentiva di scavalcare il massiccio del Monte Vettore (m. 2476) dalla parte più selvaggia, passandogli alla base, sempre in quota, ma con dislivelli costantemente blandi e su un percorso agevolmente percorribile.

Ci avviamo verso sinistra, su di un sentiero appena visibile tra l’erba che ora rientra negli impluvi, ora emerge nei dossi verso l’esterno aprendo ogni volta l’orizzonte a panorami diversi.

Sulla nostra destra, le pareti aspre e rocciose del Vettore, alle quali ci avviciniamo sempre di più, sembrano cambiare aspetto ad ogni passo, tante sono le diverse angolature da cui lo ammiriamo.

Dopo aver attraversato una piccola faggetta, ci affacciamo su di un piccolo promontorio scoperto che permette allo sguardo di spaziare verso il vicino Parco della laga con il monte Comunitore in primo piano e in fondo, quasi simile ad un cono vulcanico, il pizzo di Sevo. Intanto l’aria si sta facendo meno tagliante.

Entriamo nel bosco, dove ci imbattiamo in splendidi esemplari di pino nero e pino silvestre, larici, carpini, ornelli. Il sole ormai alto disegna suggestivi scenari dove la luce assume, contro le foglie degli alberi, tonalità diverse e crea trasparenze incredibili.

Eleviamo gli occhi verso il Vettore che sempre più incombe sopra di noi; ne possiamo scorgere ormai le spaccature, gli anfratti; osserviamo gli
effetti dell’azione erosiva del vento sulle creste seghettate e di quella dirompente del ghiaccio.

I toni di colore delle vertiginose pareti che strapiombano per circa 1000 metri vanno dalla crema al rosato, al grigio, con talune macchie più scure in corrispondenza di spaccature e crepacci che restano in ombra. Scorgiamo un rapace volteggiare in alto, così come, nel primo mattino, ci aveva attraversato la strada un bell’esemplare di capriolo: giornata fortunata!

Respiriamo gli umori e l’umidore del bosco, particolarmente intensi intorno alla prima sorgente che incontriamo e Le Veticara.

Riprendiamo il cammino che ora, dopo aver scavalcato due canaloni caratterizzati dalla presenza di grandi e spigolosi massi e detriti di falda, gradatamente si allontana dal Vettore, mentre lungo il tratturo notiamo legna in grossi tronchi accatastata per centinaia e centinaia di metri sul margine a valle.

Il bosco si sta aprendo; ecco le prime radure; siamo orami alla seconda sorgente, la Fonte delle Cacere (m. 1380).
Da qui, in pochi passi, raggiungiamo la vecchia strada doganale, via secolare che collega, da Pretare, Marche e Umbria, attraverso il valico di Forca di Presta (m. 1536).

Abbiamo camminato su un percorso antichissimo. Abbiamo immaginato accanto a noi i mietitori che lavoravano di giorno e si spostavano sull’imbrunire verso quote più alte; qui essi, dopo aver risalito le valli del Fluvione e dell’Aso, scavalcavano la catena dei monti Sibillini verso le vicine regioni dell’Umbria, Lazio e Toscana.

Quanta gente avrà calpestato lo stesso sentiero, magari affaticata, sofferente, ma sospinta dalle necessità della vita a offrirsi “sulla piazza” nella speranza di essere chiamata a giornata dai proprietari terrieri!
Quante fatiche! Ma anche quanta speranza nel domani, nel lavoro, nel trovare risorse per sfamare e sostenere la famiglia.

Sono pensieri che ci hanno accompagnato nella nostra escursione, facendoci riflettere su alcune elementari cose: innanzitutto la bellezza e l’armonia della natura che è in grado semplicemente di gratificare la nostra vita di ogni giorno, solo al saperla osservare; in secondo luogo la laboriosità e la tenacia dell’uomo, artefice del proprio destino; infine il valore della conquista di una meta che passa comunque attraverso una fatica, in grado però, poi, di appagare lo spirito.

Emidi Franco

In: «Cupra e la Val Menocchia», A. XIX n. 9, Nov. 2002, p. 20.

 



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